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Il Club dei Monod-teisti

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'L'intento autentico del vostro illustre fondatore sembra che non fosse tanto di far spiccare certi uomini sopra ad altri ma di consacrare agli occhi di tutti i piu' alti valori della cultura umana: la pace, l'arte e la conoscenza. Valori che non possono espandersi altrimenti che alleandosi tra loro. Perche' la conoscenza stessa non e' accessibile se non in quanto fondata su un'etica cosi' come su un'estetica; etica ed estetica che, a loro volta, sono arricchite dalla conoscenza'. Con queste parole, il 10 dicembre 1965, Jacques Monod iniziava il suo 'Banquet Speech', che segui' il conferimento del Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina (insieme con Francis Jacob e Andre' Lwoff) per le scoperte sul controllo genetico della sintesi enzimatica e della replicazione dei virus batteriofagi.
Al di la' dell'omaggio ad Alfred Nobel, le sue parole esprimono un punto di vista sulla scienza per cui Monod e' considerato non solo uno dei fondatori della biologia molecolare, ma anche uno dei pochi scienziati che sono stati influenti maitre a' penser del XIX secolo. Un intellettuale capace di lasciare tracce profondissime in almeno un'intera generazione, quella che ha avuto la ventura di leggere Il Caso e la Necessita'. Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea , pubblicato esattamente quarant'anni fa a Parigi da Les Editions du Seuil, e praticamente in contemporanea in Italia nella Biblioteca della EST di Mondadori, grazie a una delle tante intuizioni di Edgardo Macorini.
Monod era nato a Parigi il 9 febbraio di cento anni fa. Il clima culturale che respiro' nell'infanzia lo influenzo' non poco: il padre, di famiglia ugonotta, era uomo di vasta cultura: pittore ed esperto d'arte, era anche musicista dilettante, nonche' un erudito positivista e un darwiniano convinto; la madre era un'americana di ascendenza scozzese che gli trasferi' una cultura laica, cosmopolita e anticonformista. Acquisita una solida educazione classica e artistica, tra cui la passione per il violoncello, sviluppo' presto anche un interesse per la biologia. Nel 1936 ando' a studiare al California Institute of Technology con Thomas Hunt Morgan, il leader degli studi citogenetici sulla drosophila. Tra un esperimento e l'altro, a Pasadena, organizzo' un'orchestra e un coro, che diresse con tale brio da ricevere un'offerta di lavoro permanente.
Rientrato a Parigi si dedico' allo studio dei processi di crescita delle colture batteriche, collaborando all'Institut Pasteur con Lwoff. Questi aveva evidenziato che ceppi batterici potevano crescere a velocita' diverse in ambienti contenenti zuccheri diversi. Era un problema tipicamente darwiniano: come fanno i batteri ad adattarsi al substrato? Monod per un certo periodo si rifiuto' di pensare darwinianamente, e ragiono' come un cripto-lamarckiano. E questo anche dopo il 1944, anno in cui Max Delbruck e Salvator Luria dimostrarono che gli adattamenti dei batteri ai substrati sono il risultato della selezione naturale, esercitata dal terreno di coltura che avvantaggia i mutanti preesistenti ovvero con un gene che gli consente di nutrirsi.
Ma Monod non pensava solo ai batteri. Era preso anche da un senso morale e civile che investi' nella Resistenza antinazista, per cui guadagno' vari onori militari. Dopo la liberazione riprese le ricerche al Pasteur, portandovi un clima di fermento intellettuale, non solo sul piano scientifico, fondato sul confronto critico delle idee. I seminari di quello che era chiamato il 'Club dei Monod-teisti' furono una palestra che egli dirigeva con carisma avvincente e un rigore logico implacabile (qualcuno dira' applicato soprattutto alle altrui teorie).
Le ricerche condotte insieme a Lwoff, Jacob, Pardee, Changeux e altri ricercatori che lavoravano o passavano per il Pasteur, crearono una scuola di biologia molecolare che si confronto' alla pari con quelle inglesi e statunitensi, e che egli guido' alla scoperta, tra altre cose, del meccanismo genetico che regola le sintesi enzimatica nei batteri, e del fenomeno dell'allosteria, ovvero del meccanismo di cambiamento della conformazione tridimensionale grazie a cui gli enzimi 'sanno' cosa fare.
Le riflessioni filosofiche a cui parallelamente Monod si dedicava, interagendo con decine di scienziati e pensatori, di cui sembra si sia perso lo stampo, confluirono nel 1970 nel celeberrimo Le Hazard et la Necessite'. I presupposti dell'opera si possono leggere nella Prefazione, quando Monod, superando il problema delle due culture e anticipando la 'terza' scrive: 'Oggi e' poco prudente per un uomo di scienza inserire il termine 'filosofia', sia pure 'naturale', nel titolo o nel sottotitolo di un'opera: e' il modo migliore per farla accogliere con diffidenza dagli scienziati e, per bene che vada, con condiscenza dai filosofi. Ho un'unica scusante, che pero' ritengo legittima, ed e' il dovere che si impone agli uomini di scienza, oggi piu' che mai, di pensare la propria disciplina nel quadro generale della cultura moderna per arricchirlo non solo di nozioni importanti dal punto di vista tecnico, ma anche di quelle delle idee, provenienti dal loro particolare campo d'indagine, che essi ritengono significative dal punto di vista umano. Il candore di uno sguardo nuovo (quello della scienza lo e' sempre) puo' talvolta illuminare di luce nuova antichi problemi'. E, piu' avanti: '... Mi assumo anche la piena responsabilita' degli sviluppi di ordine etico, se non politico, che non ho voluto evitare, per quanto pericolosi o ingenui o pretestuosi possano sembrare mio malgrado: la modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere.'.
L'opera, di grande qualita' letteraria, ridiscuteva coraggiosamente il posto dell'uomo nel mondo da una prospettiva rigorosamente scientifica e fece conoscere Monod al di fuori dell'aliera' ristretto ambito dei biologi molecolari. Il caso e la necessita' era una interpretazione allo stesso tempo filosofica e scientifica, aggiornata alla luce della biologia molecolare della teoria della selezione naturale di Darwin. e' stato raramente notato che Monod dedico' alcune pagine a quella che chiamo' 'l'altra frontiera', il cervello. In un'epoca in cui le neuroscienze si trovavano nella loro infanzia, Monod anticipava alcuni degli sviluppi che lo studio del cervello ha vissuto nei quarant'anni seguenti. Chi oggi affronta il problema del rapporto tra mente e corpo, le sfide della genetica e dell'epigenetica nell'apprendimento culturale, e' in grado di farlo grazie alla lezione di Monod.
Nell'ultima parte del libro, quella piu' filosofica e 'anticipatrice', Monod descriveva, come forse mai prima d'allora, la visione moderna sull'origine dell'uomo, del linguaggio e del pensiero in termini di un 'incidente' che avrebbe potuto non verificarsi. E sottolineava, anche con crudezza, come la storia dell'umanita' corrisponda in parte al disperato tentativo di negare la propria contingenza. Di fronte a questa situazione angosciante, Monod proponeva un 'rimedio': una nuova etica, che non puo' che essere l'etica della conoscenza basata sul postulato di oggettivita', la sola che possa permettere all'uomo di non ripiombare nelle 'tenebre'. A 100 anni dalla nascita e a quarant'anni dalla pubblicazione de Il Caso e la Necessita', la lezione scientifica, umana e morale di Monod rimane attualis-sima, nonche' una risposta a chi oggi sostiene che la scienza non e' stata e non e' in grado di produrre un'etica.

(da Fiorenzo Conti e Gilberto Corbellini, Il Club dei Monod-teisti, Il Sole 24 Ore - Domenica, 31 gennaio 2010)

 


Il centenario della morte di William James

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Lo psicologo e filosofo William James nasce a New York il giorno 11 gennaio 1842, in una famiglia di origine e tradizione calvinista, emigrata dall'Irlanda agli Stati Uniti. William e' primo di cinque figli; il padre Henry James e' filosofo trascendentalista, allievo di Swedenborg nonche' amico di Ralph Waldo Emerson; il fratello Henry James (si chiama come il padre) diverra' noto scrittore e romanziere.

William studia Medicina e si laurea nel 1869, poi prosegue gli studi in modo autonomo e autodidatta per approfondire le sue conoscenze nel campo della psicologia che molto lo attira. La sua carriera universitaria inizia nel 1872 presso l'universita' di Harvard, dove lavorera' per il resto della vita; nel 1876 diviene assistente professore di Fisiologia. Assume l'incarico di professore di Filosofia nel 1885 e finalmente cinque anni dopo gli viene assegnata la cattedra di Psicologia.

Ad Harvard William James crea uno dei primi laboratori di psicologia sperimentale di tutti gli Stati Uniti. Dal 1894 al 1895 e' quindi presidente della 'Society for Psychical Research'. E' del 1890 l'opera 'Principi di Psicologia', una delle sue opere maggiori, pubblicata in due volumi che anticipa la corrente del funzionalismo.
Questo suo trattato e' considerato uno dei testi piu' influenti e rilevanti dell'intera storia della psicologia ed e' stato per moltissimi anni uno dei manuali basilari per la formazione universitaria degli psicologi statunitensi.
I suoi studi influenzaranno un altro grande nome quale Henri Bergson, di cui James stesso sarebbe stato grande estimatore.

Se si dovesse riassumere in poche righe il pensiero psicologico e filosofico di William James si potrebbe dire che questo si distacca dall'empirismo tradizionale proprio nel modo di intendere l'esperienza. L'esperienza per James si 'autocontiene e non poggia su nulla'.

Nel 1902 pubblica il risultato delle sue ricerche psicologiche sulla fenomenologia delle esperienze religiose e in particolare sull'atteggiamento mistico e gli stati esperienziali che contraddistinguono il misticismo; l'opera e' 'La varieta' dell'esperienza religiosa'. In una lettera avra' modo di considerare che si tratta di un'esperienza che va difesa contro la stessa filosofia. Qui, forse ancor piu' che in altre opere, emerge l'influsso del filosofo americano Ralph Waldo Emerson.

Si ritira definitivamente dall'insegnamento nel 1907.

All'inizio del Novecento William James e' ormai il filosofo piu' noto negli USA; nel 1909, invitato dalla Clark University, giunge dall'Europa il medico viennese Sigmund Freud, assieme a tre dei suoi piu' fidati e vicini collaboratori (padri fondatori della nuova psicologia psicoanalitica) tra cui il giovane svizzero Carl Gustav Jung, l'ungherese Sandor Ferenczi e il britannico Ernst Jones. Nell'incontro personale tra i due, l'ormai anziano James ha modo di esprimere a Freud la sua ammirazione e la sua stima per la psicoanalisi pronunciando la simbolica frase: 'Il futuro della psicologia e' nel suo lavoro'.

William James morira' un anno piu' tardi, il giorno 26 agosto 1910, a Chocorua (New Hampshire).

(biografia tratta dal sito biografieonline.it)

 


Albert Camus, la scomoda eredita' di un irregolare

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L'allarme lo ha lanciato lo scrittore Olivier Todd, il suo migliore biografo: 'Attenti a non trasformarlo in una icona disincarnata. Bisogna conservare Camus vivo nella sua complessita' e nelle sue contraddizioni. Camus non era ne' esemplare ne' edificante. E' uno che ci consente di riflettere'. Sopravvivera' dunque questo 'Giusto', che puo' essere guardato al microscopio e non come molti eroi al telescopio, al suo inevitabile, mortifero anniversario? Mezzo secolo da quel 4 gennaio 1960 in cui mori' in un incidente d'auto, da folgorante James Dean della letteratura.

Strano: il consenso e' universale, oceanico, eppure sibilano le polemiche. I pretoriani dell'Eliseo lanciano la grande manovra per 'panteonizzarlo': perche' il presidente Sarkozy, cinico assimilatore di epoche, uomini e Storie a suo uso e consumo, lo vuole a tutti i costi marmorizzare nelle tombe dei padri della patria. Ma un figlio resiste, l'operazione slitta, per ora si insabbia. In tv l'altra lama della tenaglia: gocciola infatti il Camus intimo, sentimentale, sgonnellatore di femmine del film per Antenne2 girato da Laurent Jaoui. Del Camus giornalista resistente autore-attore prolifico della vita intellettuale del Dopoguerra, frutto spinoso cresciuto nella terra arida, stenta, dura d'Algeria nulla o quasi. Si depreca gia' l'ennesima vittima del biografismo contemporaneo che spiega tutto con l'intimo: errore segreti infedelta'. Ha dunque ragione Finkielkraut: 'Camus e' consacrato da un'epoca che gli volta la schiena. Il nostro tempo non ama che se stesso ed e' se stesso che celebra quando crede di commemorare i grandi uomini'.

Eppure l'antidoto e' nascosto in quella frase del discorso per la consegna del Nobel: 'Ogni generazione si crede votata a rifare il mondo. La mia sa con certezza che non lo rifara'. Ma il suo compito e' forse piu' grande. Consiste nell'impedire che il mondo si disfi...'. Ecco: come ammoniscono coloro che disdegnano i frettolosi e interessati turiferari da anniversario, in una epoca in cui proliferano le corse folli agli estremismi, in cui non bisogna abituarsi al Male, uno scrittore cosi' a lungo messo ai margini appare essenziale. Che parlava di 'rivoluzioni ma relative', di 'politica modesta'. Che scriveva, nel 1943, La lettera a un amico tedesco e chiedeva la grazia per Brasillach. Immaginiamo oggi, dopo l'undici settembre, se risuonasse sui giornali la sua risposta a uno studente arabo, nel 1957 poco dopo il Nobel, che gli rimproverava il silenzio sull'Algeria: 'In questo momento ad Algeri si gettano bombe sui bus. Mia madre potrebbe trovarsi su uno di questi. Se questa e' la giustizia, io preferisco mia madre'.

La Francia ha molto da farsi perdonare da Camus, forse per questo vuole esibirlo nel gulag marmoreo del Pantheon. Ad esempio lo ha rinchiuso come un veliero dentro la bottiglia di una etichetta, 'filosofo da liceali' (come se l'esserlo fosse una colpa). Jean-Jacques Brochier continua a ristampare il suo pamphlet e a scagliarsi, trovando ascolto, contro l'angelismo promosso troppo rapidamente a modello, a ripetere causticamente e ferocemente che 'la differenza tra Camus e Nietzsche e' che il secondo sapeva pensare'. Gia': scrittore perfetto per i dettati, filosofo discount, moralista della Croce Rossa. Nel turgore delle celebrazioni il veleno corre tuttora come un fiume carsico sotto gli omaggi. Basterebbe a confutarlo il parere di FranƧois Feito, lo storico di origine ungherese appena scomparso che aveva provato le ispide delizie delle Rivoluzioni: 'Camus era tutto salvo che un democratico molle. Nel suo amore della liberta' c'era qualcosa di virile, di muscoloso'.

Il nocciolo e', sempre e ancora, nella guerra degli atridi della Rive Gauche: Sartre contro Camus. Chi in Situationes IV lascio' cadere, sadico: 'Voi detestate la difficolta' di pensare e decretate alla svelta che non c'e' nulla da capire per evitare in anticipo il rimprovero di non aver capito'? Oggi citare Sartre e' complicato, troppi i regimi indifendibili patrocinati dal filosofo per cui 'ogni anticomunista (compreso l'autore de La peste) era un cane'. Ma galleggiano un gauchisme reducistico, i salotti rachitici orfani di maestri del pensiero e di anatemi che non l'hanno perdonata allo scrittore che rifiutava 'di mettere tra la vita e l'uomo un volume del Capitale'. In una delle ultime interviste Camus alla domanda 'ma lei e' ancora di sinistra?', rispose 'si', malgrado la sinistra e me stesso'. Attuale, scandalosamente attuale, no?

(da Domenico Quirico, Albert Camus, la scomoda eredita' di un irregolare, La Stampa, 4 gennaio 2010)